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La crisi vista da sinistra (e senza ottimismi...) |
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Io dico, disperato: la politica è morta |
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Franco Berardi Bifo |
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Liberazione 22 dicembre 2007 Un tempo si diceva: “Il ne faut pas désesperer Billancourt”. Billancourt era il luogo in cui si trovava un grande stabilimento della Renault, e quella frase voleva dire: “Non bisogna demoralizzare la classe operaia, non bisogna provocare disperazione tra le masse popolari”. Ma oggi, come mostrano le immagini della folla che saluta le vittime dello straordinario alla Thyssen, la disperazione è l’unico sentimento largamente condiviso nella classe operaia e non solo lì. Perciò credo di poter dire le cose che penso, senza paura degli effetti che possiamo provocare. Provo rispetto per il tentativo generoso di costruire unità politica a sinistra, ma non credo che l’unificazione delle forze di sinistra abbia un futuro. Non lo credo per molte ragioni. La prima è sotto gli occhi di tutti: la catastrofica esperienza del governo Prodi mostra che la sinistra è politicamente irrilevante. In un anno e otto mesi non è riuscita a imporre nessuna (nessuna) delle misure legislative che i suoi elettori aspettavano come chi sta soffocando aspetta una boccata d’aria. La lista è scoraggiante: la legge Bossi Fini è ancora lì, di conflitto di interessi non se ne parla più, il protocollo sul welfare sancisce la dittatura del profitto sul lavoro precario, la detassazione delle ore straordinarie è una licenza di uccidere concessa al padronato. Le spese militari aumentano del 23%, mentre l’università e la scuola sprofondano nella miseria e nella precarietà... E per finire la Repubblica italiana cancella definitivamente l’articolo 11 partecipando all’escalation della guerra afgana. Questa esperienza disastrosa ci insegna una lezione: la democrazia non ha più corso e non serve a niente fingere che ci siano margini di difesa democratica della società. La società non dispone più di alcuna difesa politica perché l’azione politica non è in grado di contrastare tendenze che abbiano il carattere dell’irreversibilità. E ciò che caratterizza i processi innescati dal capitalismo iper-liberista è il fatto che essi inducono mutazioni nell’organismo stesso del sociale. Non effetti di governo, ma effetti di mutazione dell’organismo stesso. Sul piano ambientale, al di là delle parole-saponetta, la devastazione del pianeta è cosa fatta, e in nessun modo potremo impedire che si dispieghino gli effetti del veleno che continuiamo ad emettere nell’atmosfera in maniera crescente. E per parlare della pace è bene riconoscere che nonostante la sua sconfitta irakena (e presto anche afgana) la presidenza Bush ha ottenuto il suo scopo: coinvolgere il mondo in una guerra infinita. La sinistra non ha un futuro perché la nuova generazione non dispone più degli strumenti culturali, cognitivi e vorrei dire psichici che rendono possibile l’autonomia di comportamento, l’indipendenza dal comando assoluto del capitale. Ciò non significa che i giovani siano ideologicamente conservatori, al contrario, una parte consistente di loro è orientata a sinistra. Ma questo non significa nulla, perché la forma della vita quotidiana rende sempre più impensabile l’azione collettiva, la solidarietà sociale, l’autonomia esistenziale. Il comportamento culturalmente più significativo dell’ultima generazione è il suicidio. A partire dal 11 settembre il suicidio è diventato la sola forma di azione efficace. L’onda suicidaria non è solo quella del terrorismo islamico, ma anche quella dei ragazzi che sparano sulla folla in una scuola o in un supermercato, oppure si chiudono in bagno per non venirne più fuori o si lanciano a duecento all’ora sulla strada di notte. Occorre comprendere il significato e i segnali della disperazione della prima generazione connettiva, se si vuole trovare un linguaggio capace di interpretare quella disperazione e magari di tradurla in forme culturali adeguate all’epoca in cui la politica non è più nulla. Per finire, il lavoro. Il lavoro non è una “questione” tra le altre, ma il piano in cui si rende possibile l’autoriconoscimento e l’autodifesa della società. Nelle condizioni create dalla precarizzazione, il lavoro appare oggi inorganizzabile, e i lavoratori incapaci di produrre coscienza solidale. La precarietà non è un mutamento giuridico nei rapporti tra lavoro e capitale. E’ l’effetto della separazione del lavoro dalla persona che lavora. Il lavoro non è più legato alla persona fisica e giuridica del lavoratore. Il tempo cellulare ricombinabile si è reso indipendente dal suo portatore umano. Il capitale non compra più il lavoro di una persona, ma tempo senza persona, così non deve più misurarsi con la resistenza fisica, giuridica, politica del corpo individuale del lavoratore. In questo modo sono state sradicate le condizioni antropologiche che rendevano possibile la solidarietà sociale. E’ da questa tragedia che dovrebbero partire un pensiero e un’azione che vogliano essere all’altezza del tempo. Come non lo so. Quel che so è che nessuna continuità ci serve, né con la storia della sinistra, né con la storia della democrazia. E quello che sospetto è che non saremo noi – eredi del movimento operaio novecentesco – a produrre quel pensiero e quell’azione.
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