La questione posta dal femminismo e dai movimenti Glbtq: rendere evidente la rilevanza della “politica del sesso”

Sinistra: non solo sigle, ma persone, percorsi di vita

Bianca M. Pomeranzi

Liberazione 20 dicembre 2007

L’Assemblea degli Stati generali ha dimostrato che si può lavorare per una Sinistra unita e plurale, con tutte le sue storie e differenze, ma comunque possibile e, almeno a leggere la dichiarazione d’intenti finale, sembra che il messaggio del femminismo e della lotta al patriarcato sia parte integrante della sfida da realizzare. Appunto una sfida che è stata portata proprio lì nei due giorni dell’Assemblea e che nei momenti più celebrativi non ha trovato una risposta “relazionale” adeguata . Questo è già una dimostrazione del “muro di gomma” su cui si scontra da più di venti anni l’azione di quel femminismo che cerca di trasformare la politica segnando uno scarto, una cesura, un taglio, nei modi e nelle forme di partiti e movimenti perché siano in grado di vedere la distanza che c’è tra l’agire collettivo di donne e di uomini e la “rappresentanza”.

Ida Dominjanni nell’articolo su il manifesto di martedì 11 dicembre, mette a fuoco il problema e pone interrogativi giusti sul “come dislocare il conflitto in modo che (l’interlocutore) ci senta o come renderlo efficace malgrado non ci senta”. Tuttavia nello stesso articolo avanza una critica, che non mi sento di condividere, sul fatto che la “politica della sessualità” sia stata giocata, soprattutto nel gruppo di lavoro di sabato, trasformato in assemblea autogestita, nell’ambito angusto della “laicità e della rivendicazione dei diritti civili”. Prova ne sarebbe il fatto che nei comunicati compare, accanto alle “femministe”, la sigla Glbtq (gay, lesbica, bisessuale, transgender e queer) che sembra comportare una elencazione di identità segnate da preferenze sessuali. Mi sembra che su questo occorra un chiarimento.

Già Lea Meandri ha espresso, con la ricchezza della pratica da cui proviene, nell’articolo su Liberazione del 13 dicembre cosa una grande parte del femminismo intende per laicità, ovvero “una critica all’investitura del carattere sacro della famiglia” e la sua connessione con le libertà individuali e collettive. Vorrei aggiungere che la “laicità” in Italia, dopo il referendum del 2004 e con il permanere dell’articolo 1 della legge 40 che riconosce l’embrione, non sia un fatto trascurabile per la libertà femminile, così come non lo è per il movimento Glbtq e quindi c’è indubbiamente un terreno comune e un confronto tra pratiche da svolgere nello spazio pubblico per individuare forme nuove di collaborazione e di elaborazione.

I movimenti Glbtq hanno costruito, soprattutto negli ultimi anni percorsi e conflitti che vanno nominati, non tanto per preservare identità ancorate agli orientamenti sessuali, quanto per rendere evidente la rilevanza proprio di quel rimosso che è la “politica del sesso” e che molte di noi riconoscono come elemento fondante del nesso tra politica e vita. Il lavoro svolto non può essere ignorato e la Rete femminista della Sinistra europea, attenta a rimettere in gioco un’idea di femminismo che incroci le esperienze e le differenze non solo di sesso e di genere, ma anche di classe e di appartenenza etnica, ha iniziato da tempo un confronto per nulla identitario. Di quel confronto fanno parte esplicita oltre ai movimenti Glbtq, le riflessioni sul dominio sessista avviate dai gruppi di uomini e le visioni delle donne migranti.

Dare voce a quei conflitti e alle pratiche diverse, che in larga parte nascono dalle riflessioni critiche avviate dal femminismo, nel “perimetro” della Sinistra nuova è un modo per partecipare all’elaborazione del comune soggetto politico. Non sono sigle, ma persone, percorsi di vita che vanno molto al di là del tema dei diritti e che coinvolgono un nuovo modo di fare sinistra. Come ha detto Angela Azzaro “su questo non abbasseremo il tiro”, finché, aggiungo, non si apra uno spazio vero di confronto.

 

  back