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La sola ragione |
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Rossana Rossanda |
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il manifesto 19 dicembre 2007 Una ragione potente milita per non togliere la testatina «comunista»: troppi si separano con fragore dal Pci, dal '68, dal '77 e, risalendo, dalla resistenza, dal 1917, da Garibaldi, dal 1848, dal 1789. Un esercito cambia documenti, nome, identità. Non sono più quello, anzi non lo ero veramente mai, se lo ero non me accorgevo, ero un cretino, mi batto il petto, mi pento. Fa un po' schifo. Ma è la sola ragione, caro Valentino. Se non si guarda a questa cagnara, non è forse vero quel che scrivono su il manifesto i due Marchi, d'Eramo (7/12) e Bascetta (14/12)? Quando Luigi Pintor, Lucio Magri e Aldo Natoli, Luciana Castellina e noi con loro facemmo nel '69 il manifesto, quotidiano comunista, non è che pensassimo alla presa del Palazzo d'Inverno (o Chigi), perché eravamo i soli a dire: a) che il comunismo non era quello dei socialismi reali, b) che sarebbero finiti malissimo, c) che una rivoluzione doveva essere sociale e non solo politica (formula più parlante che precisa) ma affermavamo forte che, in occidente e fuori, era in corso uno scontro di fondo, tale che se non si fossero modificati i rapporti di forza fra establishment capitalista, di stato e privato, e vecchi e nuovi soggetti di un radicale rivoluzionamento ci sarebbe stato un pesante arretramento. E così è andata. Un passo avanti non si è fatto, l'establishment è stato capace non solo di repressione ma di riorganizzarsi, il blocco sovietico e i partiti comunisti si sono dissolti senza lasciare credibili eredità, quella spinta di cambiamento si è infranta per repressione e per errori propri. E' che noi siamo rimasti in «democrazia», che è una formula elettorale capace di convogliare di tutto. Potremmo dirci «comunista» se avessimo affrontato di petto le ragioni dello sfacelo, riesaminando i paradigmi che non hanno retto alla prova e tentato un'analisi dei processi della globalizzazione vincenti nel modo di produzione e nella ricezione delle soggettività. Ma forse non è compito di un quotidiano, forse è già molto seguire ogni giorno, senza soldi e senza fiato, il precipitare degli avvenimenti. Molti se ne sono andati (nessuno è diventato nemico) scoraggiati di quel che gli pareva pestar l'acqua nel mortaio. E per molti dei più giovani che sono venuti dopo e ormai fanno il giornale - e non è giusto dimenticare che sono pagati malissimo e non pagati per mesi, e se non è milizia questa, come la chiamereste? - la domanda è diventata: ma era stato sensato tentare un giornale comunista? Non era già allora irrealista? Non contano ora più che le rivoluzioni le rivolte, i sovversivismi, il rifiuto? O, all'opposto, le solidarietà fra gli umani? Per alcune donne la rivoluzione è già avvenuta. Non basta e avanza ridare alla «libertà» una dinamica diversa? Ma come? Oppure di salvare il salvabile. Ma quale? Certo non le nostre individuali coscienze, che non contano granché. Perciò non mi turberebbe affatto se la testatina venisse tolta. Mi viene da dire, come Aldo Natoli nel 1969, che per essere comunisti non occore una tessera né una testata. Se si crede in un progetto collettivo. Se ci si identifica in esso. Se si verificano gli attrezzi. Il tutto con sostantivi precisi, esposti, rischiosi. Nel 1993, Pintor Parlato ed io proponemmo un giornale che si desse una linea «marxista», che voleva poi dire esaminare quel che stava accadendo nel mondo sullo tsunami del modo di produzione capitalista, ormai solo e vincente. Siamo stati bocciati. E non per disaffezione, credo. C'era - e lo si vede se si vanno poi a leggere i dibattiti pubblicati - più il bisogno di cercare che di affermare. Era illecito? Non credo. Si è trovato un paradigma più soddisfacente? Non mi pare. Non mi dice nulla la domanda di una imprecisa discontinuità. Nulla il Cercate ancora di Claudio Napoleoni. Non credo si trovi niente se non si avanza un'ipotesi su cui scavare. Questo è l'inquieto e complicato manifesto oggi. Vi pare poco? Ce n'è altri come noi indipendenti e testardi, a farsi queste domande? Davvero, tanto per non far nomi, Repubblica e Corriere, sono stati più acuti e preveggenti mettendosi con Bush sulla guerra in Iraq? Lo sono oggi stringendosi su Padoa Schioppa? Non si può che essere berlusconiani o veltroniani? O ritirarsi indignati e offesi? Davvero Il Sole 24 ore spiega di più che Galapagos o Carlini, e i loro morsicatori Brancaccio e Realfonzo, o Bellofiore? Davvero i pacchi di «cultura e varietà» dei grandi giornali sono più intelligenti di Alias e delle bersagliate pagine culturali? Davvero c'è un occhio più esatto sulla tv di quello di Norma? Io non credo. Il manifesto non è più il «mio» giornale, ma è il solo che amo. Il solo che sbatte la zucca sul reale. Vedete voi.
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