lettera aperta

Caro manifesto, non puoi soltanto arricciare il naso

Luciana Castellina, Massimo Serafini

il manifesto 19 dicembre 2007

Cari compagne/i, abbiamo tardato a reagire perché non ci viene naturale scrivere una lettera al manifesto: per molte ragioni note ci sembra di rivolgerci a noi stessi. Così non è perché non siamo nella direzione politica del giornale e è a questa direzione che vogliamo parlare in forma pubblica, per condividere una discussione, che a noi sembra ormai ineludibile, anche con i lettori. L'articolo scritto qualche giorno fa da Rossana ci conforta in questo senso. Così come la lettera di Francesco Indovina.

La discussione riguarda il modo di intendere l'autonomia del giornale, di cui il manifesto è fiero. Da cosa si vuole essere autonomi, però? Dal potere, d'accordo. Ma anche da qualsivoglia progetto politico si muove a sinistra, verso cui ci si sente solo esterni osservatori anziché, come dovrebbe essere, complici, corresponsabili? Il rischio è che non si tratti allora di autonomia, ma del diritto di un gruppo di giornalisti di esprimere solo il proprio punto di vista. Arricciando di volta in volta il naso senza mai farsi carico delle difficoltà e delle contraddizioni, che nel cercare di costruire qualcosa di nuovo si incontrano. Se è così, allora preferiremmo la «dipendenza»: l'essere cioè al servizio di un progetto collettivo, sia pure mantenendo alto il senso critico. Altrimenti si scambia l'autonomia con l'autoreferenzialità; e l'esser stati «dalla parte del torto» rischia di apparire il comportamento di chi non è responsabile delle conseguenze di ciò che dice. Essere «dissidenti» è riduttivo, il problema è esser casomai alternativi: propositivi.

La motivazione della polemica che apriamo chiamando in causa una questione ben più generale, nasce dal modo in cui il giornale ha dato conto del congresso della Lega ambiente e degli Stati generali della sinistra. Due fatti differentemente importanti, ma ambedue indicativi.

Senza entrare nel dettaglio: in tutti e due i casi quel che è apparso è che scrivevate di «altro da voi», non di realtà che dovrebbero fare tutt'uno con il manifesto. Perché così è storicamente, visto che gran parte dei loro protagonisti provengono dall'area del manifesto («area», e non lettori, perché il manifesto non è stato e non dovrebbe considerarsi solo un giornale). Il giornale, anzi, è nato proprio per dare espressione alla loro azione.

Del congresso di Legambiente il giornale ha informato poco e male i suoi lettori, visto che dei 10 giorni di discussione congressuale della principale associazione ambientalista italiana è stato riferito solo ciò che hanno detto questo o quell'ospite politico e sulla base dell'applausometro è stato stabilito com'è collocata politicamente l'associazione. Legambiente non è solo fatta di dirigenti che aderiscono a questo o quel progetto politico, ma anche di 130 mila donne e uomini che producono, attraverso l'ambientalismo scientifico, conflitti che animano, da 20 anni, un monitoraggio del mare e dei fiumi; che si battono per porre fine all'abusivismo e le ecomafie; che cercano di intrecciare i temi ambientali con le questioni sociali. Di tutto ciò si è parlato in tanti interventi, tutti ignorati dal giornale. Vi sembra di rilanciare così l'inchiesta come metodo di fare giornalismo?

E veniamo alla Cosa rossa, la più importante. Della necessità di tentare una unificazione delle forze di sinistra il manifesto è stato a tal punto convinto che tre anni fa fu proprio il giornale a mettere in piedi un'iniziativa, poi abbandonata al suo destino (non per sua colpa primaria). Ora che, con tutti i limiti che sappiamo, rimossi alcuni degli ostacoli che allora esistevano, un processo unitario prende finalmente corpo, fondandosi su basi più solide - la nuova disponibilità del Prc e la rottura definitiva operata dalla sinistra Ds - il manifesto si ritira schizzinoso, pronto solo a dar conto degli inciampi, mai dei passi in avanti. Fino agli Stati generali, relegati in pagine secondarie, oggetto di cronache antipatizzanti, anche in questo caso, come per Lega ambiente, tutte «politichesi»: attente a quel che dicono i leader, nessuna attenzione al vero fatto nuovo che alla Fiera di Roma s'è visto: la partecipazione dei tantissimi compagni che ai 4 partiti promotori non sono iscritti, ma che hanno espresso una straordinaria fame di politica, bisogno di reimpegnarsi in prima persona in una cosa nuova diversa da quelle esistenti, fatalmente segnate dal terremoto entro cui esse sono nate. E' possibile che la domanda che alla Fiera di Roma si è espressa rimanga senza risposta adeguata. Anzi: più che possibile. Ma il manifesto non può star lì a guardare arricciando il naso: è, dovrebbe essere, parte in causa, dovrebbe farsi carico del buon esito del processo. Aggiungiamo: capire che solo dal suo esito dipende la sopravvivenza del giornale.

L'aspetto più positivo degli Stati generali il manifesto non l'ha colto perché non c'era. Tanto poco è stato l'interesse per l'evento che, oltre agli addetti alla cronaca, nemmeno la domenica mattina la redazione ha avuto la curiosità di venire a vedere. Peccato: l'abbiamo avvertito, e non solo noi, come un'assenza, in un luogo dove tutti erano contenti di esserci, di rivedersi e di scoprire che quando intervenivano non si distingueva neppure molto l'appartenenza organizzativa. E' poco, lo sappiamo, ma era tempo che un'atmosfera così non si viveva; e poiché la politica non si fa solo con la testa ma con il cuore e con il corpo, questo non è da buttare.

Pochi, compagni, sia al congresso della Lega che agli Stati generali, avevano in mano il manifesto. Molti meno di quanti ci saremmo aspettati. Forse sarebbe bene riflettere sul perché. Pensare di rilanciare il giornale e farlo uscire dalle sue drammatiche presenti difficoltà solo apportando modifiche redazionali o di impaginazione, aggiungendo qualche inserto speciale o altro, significa non rendersi conto che la crisi è prima di tutto politica. E non della sinistra del mondo per cui non c'è niente da fare. C'è, anche, una crisi di senso specifica del manifesto. E a questa si potrebbe riparare, solo che una volta, almeno una volta, anziché piangersi addosso si parlasse di politica. Sappiamo bene quanti siano i sacrifici personali che fate per continuare a far vivere il giornale. Proprio per questo vorremmo che valesse di più la pena.

 

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